Presto on line. Ci vorrà un po’ di tempo, ma come mi dicevano quando ero bambino, la pazienza è la virtù dei forti.
A presto con un blog tutto nuovo.
Presto on line. Ci vorrà un po’ di tempo, ma come mi dicevano quando ero bambino, la pazienza è la virtù dei forti.
A presto con un blog tutto nuovo.
Mi ero sinceramente ripromesso di non parlare più di declino dell’impero americano.
Ma tra ieri e oggi sono successe due cose che mi hanno fatto cambiare idea, insomma che mi fanno dire che proprio gli americani se lo stanno chiedendo anche adesso. Insomma il tempismo del piccolo blog Tucidide sul dibattito del declino è stato quasi preoccupante. Ma torniamo ai fatti: ieri sera navigavo su internet e guardando l’anticipazione del nuovo numero di Foreign Affairs, mi sono accorto che G. John Ikenberry recensisce l’ultimo libro di Joseph Nye Jr. “The future of Power”. Il nostro amico Nye affronta proprio il problema del declino americano e dell’ascesa cinese, ma chiaramente essendo un liberal democratico non la vede così cupa, come vorrebbero i repubblicani. Penso ad esempio a Fareed Zakaria che sul Time parla della fine dell’età dell’oro.
Confesso che dopo due post sul presunto o reale declino dell’impero, anche io mi trovo in imbarazzo sul come uscirne. Se ho problemi io, non voglio pensare ai rompicapi che si saranno posti dalle parti della Casa Bianca dalla fine della Guerra Fredda (da quando, almeno per un certo periodo, gli Stati Uniti si sono sentiti una potenza globale solitaria).
Negli anni appena trascorsi, quella maledetta paura di declinare, ha spinto l’America a rileggersi, a trovare nuove vie per esprimere la propria potenza egemonica a livello globale.
Magari banalizzando, e qui non me ne vorranno gli americanisti (come il mio caro amico, il professor Mario Del Pero), penso che l’America abbia provato varie strade, anche a seconda di chi occupava la Casa Bianca, per rimanere a galla, per essere prima tra pari. Prima perché egemone, pari perché in fondo nel sistema anarchico delle relazioni internazionali, uno stato è sempre e comunque tra pari. (Confesso anche che Primi tra pari non è mia… è il titolo dell’ultimo libro del politologo Marco Clementi edito da Il Mulino, ma è una definizione ottima per spiegare come funziona le politica estera).
Riprendendo quello che ormai per me è diventato un motto – Il declino è un argomento molto deprimente, la maggior parte della gente ne sta alla larga -, ho deciso di proseguire sul tema “depressing” (come me l’ha definito il professor Gilpin) dell’idea di declino e siccome, fino a prova contaria, la nazione-guida dei nostri tempi è ancora l’America, vorrei ragionare ancora su come la vedono loro, gli americani.
Il 10 aprile del 1959, in una lezione al National War College, Hans Morgenthau parlando delle ragioni per cui le nazioni declinano, dopo aver chiarito che troppo spesso viene fatto un paragone erroneo tra stati ed esseri viventi, ha tirato fuori il concetto di mistero. Mistero per cui le nazioni crescono all’interno della gerarchia dell’arena internazionale, mistero per cui le nazioni declinano, “We are really confronted with a mistery”.
Siamo al punto d’inizio, al quesito che ho presentato nel post precedente. Se anche il politologo più importante del ‘900, quello sui cui libri generazioni di classi politiche, studenti e studiosi in erba si sono formati, parla di mistero per spiegare le ragioni di ascesa e declino, davvero la situazione è preoccupante.
E’ finita l’era dell’impero americano?
La domanda ricorre con insistenza.
Se lo chiedono politologi, analisti, giornalisti, economisti, gente comune di tutto il mondo e soprattutto l’uomo comune americano e forse in cuor suo anche Barack Obama (anche se non lo dà a vedere). Si tratta per altro di una domanda ricorrente come ha ricordato, in un articolo apparso sul numero di gennaio di Aspenia, Mario Del Pero, (americanista in grande ascesa che scrive anche per il Giornale di Brescia). In particolare la Destra americana, nei momenti di svolta della storia, si è lanciata nel teorizzare il declino della potenza egemonica, un modello contrastante con quello del “destino manifesto”, quello della forza civilizzatrice e di allargamento democratico di cui si fa portatrice idealmente e politicamente l’America, dalla stesura della sua Costituzione per arrivare fino alla guerra in Afghanistan. E’ giunto il momento di crederci, nel momento in cui il debito pubblico di Washington è saldamente nelle mani della Cina e all’indomani della crisi economica che ha travolto innanzitutto gli Usa?
I social network renderanno il mondo più libero e/o democratico?
E’ questa la domanda che molti si pongono, nel momento in cui il Nord Africa e l’intero Medioriente sono attraversati da fermenti e da movimenti che puntano ad abbattere regimi autoritari decennali. Facebook, twitter e gli altri strumenti del web 2.0 , per molti osservatori, stanno velocizzando i processi di democratizzazione con l’ampliamento dell’opinione pubblica, grazie all’allargamento dell’arena politica, seppur virtuale. Credo che, di fronte, all’indiscutibile potenza di questi nuovi strumenti digitali sia comunque necessario porsi delle domande. Perché se è vero che da un lato i social network fungono da nuovo luogo di confronto e di organizzazione per le proteste, è altrettanto vero che i regimi possono affinare gli strumenti di censura e quindi radicalizzare lo scontro anche sul web. Allo stesso modo non si può pensare che l’unica via per la democrazia sia individuabile in un social network: alla fine la situazione egiziana si è sbloccata perché, forse banalizzando, l’esercito ha deciso di prendere in mano le redini della transizione dal regime di Mubarak ad un’ipotetica situazione democratica (per la quale restano comunque molte incognite e che dipenderà probabilmente dall’intero scenario del settore geopolitico).
In un articolo comparso sull’ultimo numero Foreign Affairs, si dibatte proprio di questo mettendo in luce i pericoli di un atteggiamento esclusivamente votato al sostegno delle rivoluzioni democratiche attraverso internet. Il punto forse è che il web, nelle sue mille sfaccettature, può sì aiutare alla costituzione di una cultura pre-politica e ad un’organizzazione delle forze democratiche, ma non basta e non basterà mai. L’emergere di nuove elites politiche, supportate da movimenti popolari anche e soprattutto di piazza, nascono da processi più complessi. Il Web, per ora, si deve accontentare di essere collettore di emozioni, testimonianze di grandi eventi. L’affermazione di questo nuovo strumento di democrazia diffusa ha ancora bisogno di tempo per maturare ed affermarsi, nonostante i tempi serrati dello sviluppo tecnologico. In fondo i tempi della politica restano altri.
Cultura politica e relazioni internazionali. Fatti, pensieri e parole
Cultura politica e relazioni internazionali. Fatti, pensieri e parole
quando il tempo non è più un nemico